Itinerario - L’avanzare del tempo sui sentieri "bianchi"del Finalese.

Come le mura di una grande fortezza, le alte pareti calcaree di Finale hanno issato una barriera tra l’invadenza dell’uomo moderno e i verdi altipiani che nascondano nel folto della vegetazione tracce remote della prima antropizzazione umana.

Possiamo trascorrere giornate intere camminando lungo i sentieri scavati dal tempo, scoprendo i resti delle vecchie abitazioni pastorali e i terrazzamenti incolti, ieri fonte di vita, oggi soffocati dalla vegetazione spontanea. Possiamo incedere come i legionari lungo antichi lastricati romani oppure sulle più recenti marenche. Possiamo trovare riparo in caso di pioggia nelle caverne che in tempi lontani hanno rappresentato la primitiva abitazione dei nostri antenati. Come avete capito qui non esistono barriere del tempo, aggirarsi sui sentieri bianchi del Finalese significa anche seguire la storia dell’uomo dalle sue origini ad oggi.

Descrizione dell’itinerario ad anello.

Località e segnavia:

- Lacremà (140 metri slm)

- Camporotondo (290 metri slm)

- Casa del Vacché

- Ciappo dei Ceci e delle Conche (360 metri slm)

- San Bernardino

- Dislivello:350 metri circa

- Tempo di percorrenza:5 h 30’

- Difficoltà:EM.

- Accesso stradale:si deve raggiungere Calvisio posta sul fondovalle all’interno di Finalpia. Una volta raggiunto l’abitato si prende a sinistra Vico Bedina per poi salire verso destra su per una ripida salita che termina vicino alla chiesa di San Cipriano.

Calvisio Vecchio e Calvisio Nuovo rappresentano ottimi punti di partenza per due suggestive escursioni:una segue la direttrice della antica via imperiale Julia Augusta, tracciata nel I sec. a . C. per favorire i collegamenti con la Gallia; la seconda invece sale e scende per gli altipiani di Finale dove regnano incontrastati il bianco della "prìa" e il verde del leccio. Nel fondovalle, dal nuovo centro abitato di Calvisio si sale lungo il rio Ponci e si attraversano i vetusti ponti romani giunti fino a noi in buone condizioni (il ponte delle Fate e tutt’ora carrabile) nonostante i loro 2000 anni. Calvisio Vecchio rappresenta invece un favorevole punto di partenza dell’itinerario che ci condurrà a scoprire testimonianze di vita passata. La posizione a mezza costa dell’antico borgo medioevale, tipicamente di stampo mediterraneo, permetteva di avvistare per tempo le incursioni nemiche provenienti dal mare.

Parcheggiamo l’auto nel piazzale antistante alla ex parrocchiale (non più officiata) di San Cipriano. La chiesa, forse di origine paleocristiana, conserva uno stupendo campanile romanico del XII sec. con quattro serie di bifore e capitelli a stampella; la cuspide e il resto della costruzione hanno un assetto barocco. Percorriamo un viottolo fiancheggiando a valle fasce coltivate a vite e a monte un’alto muro a secco; in breve (segnavia quadrato rosso vuoto) si giunge all’antico agglomerato rurale del Lacremà. Le scale esterne, i voltati, i muri portanti (dello spessore anche di un metro), i tetti a terrazza, i soffitti, i solai (realizzati con coperture a vela, a padiglione o a botte) sono caratterizzate dall’essere stati innalzati con un’unico materiale costruttivo:la pietra di Finale. Allontanandoci dalle casazze lo sguardo si fissa sulla parete calcarea più amata dagli stranieri, Rocca di Corno. Iniziamo a salire (segnavia 3 pallini rossi disposti a triangolo) raggiungendo in breve una zona interna selvaggia e solitaria dove e possibile cogliere il fascino dell’ambiente incontaminato e ingannevole:a seconda da dove lo si osserva, l’altipiano appare "piatto" e poco dopo inciso da strette e profonde vallette. Nel buio dei lecceti si scorgono i resti di antiche abitazioni e di muri a secco che una volta sostenevano campi coltivati, a testimonianza di una passata attività agricola. Seguendo il segnavia 3 pallini rossi disposti a triangolo si scende ai ruderi di due case rupestri:Cà Cerisola e il "Tribunale". Davanti a loro si estende il prato di Camporiundo (Camporotondo) una piccola Stonehenge ligure dai misteri insoluti. Lasciamo alle nostre spalle il pannello informativo della Comunità Montana Pollupice e una volta attraversato il prato proseguiamo a destra lungo un sentiero sotto ai lecceti (segnavia rombo rosso pieno). Le rocce e gli alberi che costeggiano i prati disposti a scalini, nascondono anfratti naturali adattati a uso abitativo o come ricovero per gli animali. La Casa del Vacché é il più grande di questi e si trova nascosto dall’edera a ridosso della parete calcarea in prossimità di un bivio. A destra della casa rupestre seguiamo in leggera salita il segnavia rombo rosso pieno.

Siamo sull’altipiano delle Conche, solcato da vallette di origine carsica. Prima di raggiungere il Ciappo omonimo incontriamo lungo il sentiero il Ciappo dei Ceci riconoscibile dalla presenza di canalette e coppelle che raccolgano la pioggia. In queste zone, avare di acqua, volatili e piccoli animali le usano per abbeverarsi; purtroppo lo sanno anche i cacciatori e non per niente sono state chiamate dai locali "Vaschette dei cacciatori". Il Ciappo delle Conche indubbiamente offre un panorama iconografico maggiore e insieme a quello del Sale é il più importante del Finalese. Quest’ultimo si trova lungo una vecchia via di transito, sulla dorsale che unisce Rocca di Corno a Rocca degli Uccelli, tra la val Ponci e la val Pia. Al Ciappo delle Conche si possono osservare incisioni come croci, coppelle e vaschette. La datazione si può solo supporre; a fianco di quelle effettivamente arcaiche e risalenti alla protostoria se ne trovano anche di fattura moderna. La cronologia é quindi assai problematica, l’unico suggerimento che possiamo darvi é che le incisioni maggiormente definite e profonde sono probabilmente recenti perché fatte con oggetti da taglio metallici e perché gli agenti meteorici non hanno avuto il tempo di smussarle attraverso l’azione erosiva.

Sul versante est del Ciappo, poco sopra al sentiero che conduce a San Lorenzino, si trova una piccola grotta denominata Arma du Bo che all'occorrenza può essere un ottimo riparo dalla pioggia (vi sono anche dei sedili scavati nella roccia). Solo qui e a Capo Noli, negli anfratti del calcare, da Giugno a Ottobre, si possono ammirare le splendide fioriture celesti della Campanula isophilla. Citiamo tra gli altri relitti dell’epoca glaciale la:Genziana ligustica, la Fritillaria involucrata, la Primula marginata, la Campanula sabatia e la Lacerta lepida. Quest’ultima non é una specie botanica bensì un sauro:un relitto vivente naufragato in quest’isola di pace 10. 000 anni fa.

La strada del ritorno é solo in parte la stessa percorsa all’andata. Attraversate due vallette in lieve discesa, dopo il Ciappo dei Ceci giungiamo a un bivio:tralasciamo a sinistra il sentiero già percorso all’andata (che scende alla Casa del Vacché) e proseguiamo dritti seguendo il segnavia rombo rosso pieno. Poco dopo, un sentiero si diparte a sinistra verso San Bernardino. Si attraversa un’area ristoro sotto ad una pineta e si giunge all’ex "Castrum Piae". Nel centro abitato sopravvive la Torre dei Galluzzi, eretta non a difesa delle incursioni saracene ma a salvaguardia dei diritti feudali e a difesa dalle mire espansionistiche delle cittadine costiere come Savona e Noli. La torre, conosciuta anche come Torre Belenda, é tristemente nota perché nei suoi sotterranei venne imprigionata la figlia del mugnaio di Acquaviva fatta rapire dal marchese Alfonso Del Carretto. Da San Bernardino, per raggiungere la chiesa di San Cipriano, si segue il segnavia quadrato rosso che ha inizio da via Alisei.

Camminando tra gli ulivi, con la vista rivolta sempre al mare, giungiamo alla macchina coscienti del fatto che andar per sentieri in Liguria é un’esperienza unica e varia.

Testo di Enrico Bottino
Articolo "Liguria in Pietra"
La Rivista del Trekking n° 121
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