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Itinerario - Il Monte Beigua, un gigante sul mare Il litorale da godere anche dall’alto, dai rispettabili 1287 metri del Beigua, in un "mare" di silenzio che "immerge" gli ampi prati sommitale dello spartiacque; Descrizione dell’itinerario. - Alpicella (405 m. ) - M. Beigua (1287 m. ) - Pra Riondo ( 1101m. ) Alb. "Pratorotondo" - Dislivello: 882 metri slm a salire. - Tempo di percorrenza: 4 h - Difficoltà: EM. - Come arrivare: vedi testo Risaliamo in corriera la valle del Teiro, dapprima lungo la statale 542 e poi per la provinciale che conduce ad Alpicella. In prossimità del paese le acque del rio Uomo Morto confluiscono in quelle del rio Teiro e insieme passano sotto all’arcata a schiena d’asino del ponte dei Saraceni; i suoi conci di pietra disposti a cuneo, insieme alla vicina edicola votiva sono immagini da ricordare sulla pellicola fotografica. Giunti al paese, in piazza IV novembre ha inizio l’itinerario che, attraverso realtà paesaggistiche diverse, conduce alla parte sommitale del monte Beigua. Nel territorio circostante, in particolare nel sito archeologico in località Fenestrelle, sono venuti alla luce interessanti reperti archeologici appartenenti a tribù dedite alla caccia e alla pastorizia. Sarebbe quindi opportuno, prima d’incamminarsi sul sentiero, dare un’occhiata al Museo Archeologico locale dove sono custodite testimonianze risalenti al Neolitico medio e all’Età dei metalli. Percorriamo quindi il sentiero FIE contrassegnato dal triangolo rosso; un rapace sfruttando le correnti ascensionali, risale il precipizio del Poggio sino alla bianca e "vertiginosa" cappella votiva dedicata a Sant’Anna. Se questa rimane al di fuori dell’itinerario descritto, lo stesso non può dirsi del "u nicciu du Brìccu du Broxin", un’ edicola antica con l’architrave sorretto da un monolito, forse già presente al momento della costruzione. Incrociamo una strada carrabile ma il sentiero se ne allontana ben presto a sinistra proseguendo verso una presa dell’acquedotto. Dopo poche decine di metri saliamo verso destra all’ombra di castagni cedui, cioè piante che si riproducono per polloni (il bosco d’alto fusto si riproduce da semi) . Ci imbattiamo in un’ ordinato cumulo di pietre, alto circa un metro. Dopo i dubbi iniziali capiamo di che si tratta: é un "pose" ovvero un punto di sosta che permetteva in passato di riprendere fiato appoggiando sopra di esso i pesi portati a dorso di mulo se non addirittura a spalla. Ci troviamo quindi sul lastricato di un’antica mulattiera che permette di scoprire lo stretto legame che c’era tra la popolazione e le risorse locali, come ad esempio la neviera e il seccatoio che incontriamo da li a poco. Il secchereccio é una costruzione a due piani strettamente legata alla civiltà del castagno. I frutti di questa latifoglia venivano disposti su graticci al piano superiore mentre al piano sottostante era mantenuto acceso un focolare che serviva alla disidratazione delle castagne. La neviera, che ricorda l’antica e fiorente industria del ghiaccio naturale, si trova salendo a sinistra del sentiero, ed è riconoscibile per la presenza di una depressione umida abitata da rane temporarie e dalmatine. Un’altra zona umida e quella del Pian delle Moglie dove é possibile osservare la lenticchia d’acqua. Giunti al Poggio del Priafaia vale la pena di darsi un’occhiata in giro: alle nostre spalle abbiamo il monte Prefaia (964 slm) mentre davanti a noi scorre veloce verso il mare il rio Teiro. Sui crinali é possibile riconoscere i pini neri mentre a quote inferiori e possibile individuare i pini marittimi. Entrambe le specie arboree non hanno carattere relittuale, sono state infatti introdotte dall’uomo. In origine era il leccio la pianta endemica dei terreni di bassa quota rivolti a solatio; il rovere e la roverella insieme al carpino nero e l’orniello colonizzavano invece i fondovalle freschi e umidi. Oggi queste essenze arboree sono diventate più sporadiche a causa degli incendi e dell’errato rimboscamento a pino nero e marittimo. Quest’ultimo ha l’innegabile pregio di crescere rapidamente su qualsiasi tipo di terreno, anche incoerente ma per contro é sensibile a certi parassiti come la processionaria. Inoltre camminando nel sottobosco di una pineta ci si rende subito conto della compattezza del suolo a causa dell’incapacità delle conifere di produrre humus ( gli aghi di pino restano indecomposti a lungo dal momento che i loro componenti sono duri e lenti da digerire per la microflora) . Le conifere non sono quindi buone preparatrici del terreno per l’instaurarsi di nuove specie. Giunti a un pianoro con i ruderi di una vecchia casa pastorale osserviamo il Piano della Luna, riconoscibile per la presenza di rocce e pareti affioranti dal terreno. Sono serpentinoscisti che condizionano non poco lo sviluppo del suolo e la crescita delle essenze vegetali; per questo si sono consolidati particolari endemismi. Si distinguono così piante serpentinofite obbligate, come la viola di Bertoloni la quale crescita é legata alla presenza delle serpentiniti, piante serpentinofite preferenziali che si trovano prevalentemente ma non necessariamente sul substrato ofiolitico, e relitti serpentinicoli. Quest’ultime sono piante poco competitive che hanno trovato rifugio sui suoli di serpentinite avvelenati dal magnesio; un esempio su tutti é la Dafne odorosa. Attraversato il curioso pianoro detritico, sull’orma delle vecchie lezze, si arriva alle Giare dell’Olio, una grande prato dove é possibile dissetarsi ad una sorgente presso un grande faggio. La nostra gita é giunta quasi al termine. Salendo per la faggeta sbuchiamo sulla strada che conduce in breve alla cima del Beigua, ma noi dopo poche centinaia di metri l’abbandoniamo per raggiungere la grande croce. Da qui si arriva in breve al santuario della Regina Pacis che insieme ad una giungla di ripetitori localizza il punto più alto di tutto l’altipiano del Beigua. Scendendo verso levante, lungo l’Alta Via dei Monti Liguri, si può raggiunge in 45’ l’albergo Pratorotondo.
Testo di Enrico Bottino
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