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Il Castello Vescovile
Eccoci finalmente giunti al castello della antica città di Spotorno. Distrutto nel 1227 e ricostruito nel XIV secolo, è un quadrilatero dalla forma di grande recinto. Un tempo si innalzava sulla parte interna delle mura ora demolite, e frontalmente era del tutto libero. Sugli spigoli, spiccano le guardiole pensili Purtroppo è una fortificazione che non ha mai garantito al borgo una propria indipendenza. Fu possesso prima del vescovo di Albenga, poi di quello di Savona, poi dei marchesi del Carretto; quindi, la Repubblica di Noli, alleata a Genova, distrusse Spotorno e, attraverso Papa Urbano I, la ottenne insieme a Vado e a Pietra Ligure. Solo nell'ultimo quarto del XVI secolo, Spotorno godette di una discreta autonomia imponendosi propri statuti: "I Capitoli della magnifica Comunità di Spotorno." Questi brevi cenni storici possono far ben intendere lo status di centro minore vissuto da Spotorno nei secoli trascorsi, aggredito da levante e ponente da cittadine più grandi e potenti, ceduta come merce di scambio, priva di autonomia. Oggi Spotorno deve fare i conti con i propri "vicini di casa" che le sono concorrenti dal punto di vista turistico: Noli, come già si è detto, e Bergeggi, che dal mare risale la collina e da cui si gode uno stupendo paesaggio d'altura (per certi aspetti, questo storico ‘essere in ombra’ di Spotorno ben si accorda alla condizione appartata e umile in cui visse Camillo Sbarbaro, ben lontano dalla notorietà, ad esempio, del suo amico Montale).
Ma osserviamo meglio quel che da qui si può scorgere. In direzione del raccordo autostradale, spicca la torre del Coreallo, adibita anticamente sia all'avvistamento di navi corsare, sia al controllo della strada che raggiungeva il centro dall'entroterra costeggiando il torrente di Spotorno, per l’appunto il Coreallo. Restaurata nel 1980, attualmente non è visitabile al suo interno, e viene ricordata dagli spotornesi come torre della Pineta. Le colline intorno a noi appaiono pittuosto aride. A contrasto, in direzione di Noli, spicca la pineta sul quale si sofferma anche l'attenzione del vedutista inglese Henry Alford : Tra Noli e Spotorno c'è uno splendido bosco di pini sopra la strada, sullo sfondo di pittoresche montagne. Questa è una rara visione dello scenario della Riviera, una eguale posso ricordarla soltanto a Cannes vicino a Mentone. Il verde della pineta si stacca nettamente dal paesaggio che circonda Spotorno, che Sbarbaro così descrive nella sua solare e scarna natura : Spotorno, terra avara. Vi imbianca l'olivo, il sorbo vi si carica di mazzetti duri. Ti siedi e taci sulla spiaggia sterposa di contro a un pallido mare. Vi tremola a volte una manciata di zecchini; al largo passa il guscio rossastro della petroliera. Il greto abbacina. La montagna mostra bianche ferite.Negli orti le casette screpolate rosee trasaliscono al passaggio del direttissimo. Allaga l'abitato la voce della maretta. Spotorno, paesaggio dell'anima; cielo che a guardarlo si beve. Vivo in un ex voto a vedere come la marina si comporta ingenuamente davanti a questa levata di sole. Le colline paion pecore dopo la tosatura. Il promontorio in faccia all'isolotto di Bergeggi è appena ricciuto di pinastri. E il mare! - conosco un mare brulicante d'oro dove le vele sono fiamme esili; uno, impalpabile da credere ad un inganno degli occhi; un mare che è tutto uno zaffiro liquefatto, in cui si vorrebbe stemperarsi. Questo, è una grigia lavagna, appena argentata a levante. Più di tutti i mari che so, è questo che amo: esso risveglia in me l'anima avventurosa. Quand'ecco, nell'appropriato scenario, il sole balza, bolla infuocata, sciorinandosi ai piedi un tremolante tappeto arancione. (Da Trucioli, II, 1914-1940) Un paesaggio di arida vegetazione, ma arricchito dalle parole di un grande poeta, il piu adatto a descriverlo: anche secondo l'autorevole giudizio di Italo Calvino : mai potrei gareggiare con Camillo Sbarbaro che aveva il dono della contemplazione precisa, o della precisione contemplativa. (Da Savona: Storia e natura, in Saggi 1945-1985) Sbarbaro riservato, schivo, appartato, colto sognatore e candido poeta delle piccole cose proseguì il proprio percorso artistico affermando il proprio bisogno di "raccontare" con la poesia fatti che appartengono alla sfera del quotidiano. Proprio i semplici argomenti delle sue poesie, costituiti da sentimenti domestici, familiari, oppure tratti dalla osservazione della natura hanno fatto talvolta paragonare Sbarbaro a Pascoli. Anche Montale, che come si è detto lo ha conosciuto di persona, ha trovato nell'opera di Sbarbaro un riferimento alla poetica del Pascoli. Almeno per ciò ch'è insito nella spontanea, istintiva, ingenua natura ispiratrice del "fanciullino", che lo stesso Pascoli indicava quale indispensabile conquista per la creatività poetica.
Epigramma
II Sbarbaro, estroso fanciullo, piega versicolori carte e ne trae navicelle che affida allla fanghiglia mobile d'un rigagno; vedile andarsene fuori. Sii preveggente per lui, tu galantuomo che passi: col tuo bastone raggiungi la delicata flottiglia, che non si perda; guidala a un porticello di sassi. (da Ossi di seppia, 1925) La bellezza del paesaggio di Liguria costituisce per il poeta una costante fonte di rasserenante ispirazione. Come si legge in questo componimento dedicato alla Liguria: Scarsa lingua di terra che orla il mare, chiude la schiena arida dei monti; scavata da improvvisi fiumi; morsa dal sale come anello di ancoraggio; percossa dalla fersa; combattuta dai venti che ti recano dal largo l'alghe e le procellarie - ara di pietra sei, tra cielo e mare levata, dove brucia la canicola aromi di selvagge erbe. Liguria, l'immagine di te sempre nel cuore [...] (da Rimanenze, 1922) Sbarbaro svolgeva anche l'attività di traduttore, dal francese e dalle lingue classiche - famosa la sua traduzione del Ciclope di Euripide, lavoro in gran parte svolto proprio qui a Spotorno. Inoltre, noto studioso di botanica, godeva di fama internazionale per la sua attività di ricercatore cui si deve la classificazione di alcune nuove specie di lichene. Spotorno ha ospitato Sbarbaro garantendo un rifugio dalla mondanità e fonti d'ispirazione artistica al poeta che era in lui; offrendo tranquillità e raccoglimento per le sue traduzioni; concedendo spazi verdi alla sua attività di botanico. Modesto è stato il riconoscimento che gli spotornesi hanno però concesso a Sbarbaro, e solo da poco tempo il Comune gli ha dedicato la Biblioteca Civica. Più che come poeta, scrittore, traduttore o botanico, in paese aveva fama riconosciuta per le sue qualità di insegnante. Un titolo che si guadagnò impartendo gratuitamente ripetizioni di lingue antiche ai giovani studenti. Solo negli ultimi anni di vita - soprattutto per merito della poesia A mio padre - fu riconosciuto come poeta anche dai suoi concittadini: Ragazzine e ragazzini, dopo aver occhieggiato da fuori, invadono il caffè, vengono al mio tavolo. L'insegnante ha letto loro la poesia A mio padre. La fama, nel suo aspetto più amabile. Vi leggeremo quindi, quella che rimane forse la sua composizione più famosa
A mio padre Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi a me un estraneo, per te stesso egualmente t’amerei. Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno che la prima viola sull’opposto muro scopristi dalla tua finestra e ce ne desti la novella allegro. Poi la scala di legno tolta in spalla di casa uscisti e l’appoggiasti al muro. Noi piccoli stavamo alla finestra. E di quell’altra volta mi ricordo che la sorella mia piccola ancora per la casa inseguivi minacciando (la caparbia avea fatto non so che). Ma raggiuntala che strillava forte dalla paura ti mancava il cuore: ché avevi visto te inseguir la tua piccola figlia, e tutta spaventata tu vacillante l’attiravi al petto, e con carezze dentro le tue braccia l’avviluppavi come per difenderla da quel cattivo ch’era il tu di prima. Padre, se anche tu non fossi il mio padre, se anche fossi a me un estraneo, fra tutti quanti gli uomini già tanto pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
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